Esserci, febbraio 2003

 

Dio ci ha fatto felici

Alla fine, in occasione del decimo anniversario della morte di don Tonino (ormai prossimo, 20 aprile, Pasqua del Signore, splendida coincidenza) forse ci accorgeremo che saranno stati sprecati i soliti paroloni di circostanza, magari conditi con arte da chi, vantandosi di essere stato un vicino molto particolare di don Tonino, ne vuole ora imitare, maldestramente, gli accenti poetici.

Dalla testa ai piedi”, amava ricordarci don Tonino, riferendosi all’impegno quaresimale del cristiano, che mette in gioco tutto se stesso per giungere a novità di vita in Cristo, senza dimenticare di piegarsi ai piedi dei fratelli.

Scusaci don Tonino, se in questi dieci anni abbiamo sempre più dedicato tempo alla “testa”, moltiplicando anche pubblicazioni di vario genere sulla tua persona, non senza qualche vantaggio – diciamo così – editoriale, e sempre meno tempo ai “piedi”, anzitutto per camminare insieme sulla strada che ci hai indicato, una strada fondamentale per la Chiesa del terso millennio, perché è “alla sequela di Cristo” ed è “sul passo degli ultimi”.

Ritengo sufficiente questo riferimento per ricordare don Tonino, a dieci anni dalla sua Pasqua, e non aggiungo altro per non incorrere io stesso in tentativi di “onoranze editoriali”, spesso simili ad altro tipo di onoranze… Desidero solo affermare con chiara e autentica semplicità che, in questo tempo bisognoso di speranza, di tenerezza, di solidarietà, di misericordia, di umiltà, di pace, quando don Tonino è venuto in mezzo a noi e ha camminato al nostro fianco, Dio ci ha fatto felici, perché ci ha dato risposta.

don Francesco

 

La stagione degli uomini liberi

Carissimi,

Dio solo sa quanto era forte il desiderio di trovarmi insieme con voi quest’oggi. Anche solo per sentire il calore di mani conosciute e il vissuto di volti lontani nello spazio ma vicini nel cuore.

Ma il drago con cui il mio corpo e il mio spirito stanno lottando me lo ha impedito. Ma – vi assicuro – non gliela darò vinta, l’ultima parola sarà la vita.

Anche voi discuterete in questo convegno del drago; del drago criminale, violento che ammorba il tessuto del nostro povero Sud. Un drago nato dentro il suo corpo e che solo il suo corpo riuscirà a vincere. Avrei voluto essere tra voi per dirvi due sole parole: coraggio e sperate.

Con Gioacchino da Fiore siamo consapevoli che l’età degli schiavi è finita, sta crollando, cade a pezzi.

La stagione degli uomini liberi è già cominciata e solo il coraggio potrà renderla duratura.

Il riscatto coraggioso della dignità degli uomini è già l’inizio dell’esodo, della rottura dei legami con tutti: faraoni visibili e invisibili che incatenavano le ricchezze umane della nostra terra.

Ma non basta. Perché l’età degli uomini liberi non sia un evento fugace, perché la nonviolenza non sia un evento eccezionale, occorre organizzare la speranza per entrare nell’età degli amici.

Convivialità delle differenze, solidarietà, giustizia vorremmo che fossero i cardini di una nuova costituzione reale, di una nuova progettualità politica che restituisca al Sud il ruolo centrale di protagonista della speranza.

Il mio augurio è che dopo questo convegno divenga a tutti più chiaro – a trent’anni dall’enciclica formidabile di Papa Giovanni XXIII – che «costruire la pace in terra» è possibile. E nessun drago la può fermare.

+ don TONINO, Vescovo

(messaggio inviato il 20 marzo 1993 ai partecipanti al convegno «Mafie e Nonviolenza» tenutosi a Castellammare di Stabia)

 

Note biografiche sulla vita di don Tonino

 Don Tonino Bello nasce ad Alessano, in provincia di Lecce, il 18 marzo 1935, da Tommaso, maresciallo dei Carabinieri in congedo, e Maria Imperato, casalinga. E’ il primo di tre fratelli, di poco più piccoli, Trifone e Marcello, che perderanno presto il padre. Egli ha solo sei anni e mezzo e, per sua ammissione, non ne ha ricordo. Sarà la madre a crescerli e ad educarli, con grandi sacrifici che non dimenticherà mai: la fede nuziale di lei sarà il suo anello vescovile.

Dopo aver frequentato le scuole elementari ad Alessano, su proposta del parroco, don Carlo Palese, intraprende gli studi ecclesiastici prima presso il Seminario Vescovile di Ugento (1945) dove fa le medie e poi presso il Seminario Regionale di Molfetta (1948) dove consegue la maturità classica. Di lì, grazie all’offerta di un posto gratuito da parte di mons. Fernando Baldelli e alla grande considerazione in cui l’ha il Vescovo di Ugento, mons. Giuseppe Ruotolo che lo propone, si trasferisce all’ONARMO di Bologna (1953) per compiere gli studi teologici regolari. Tra i suoi maestri c’è il cardinale Giacomo Lercaro.

In questi anni si mette tanto in evidenza per gli eccellenti risultati e le sue doti non comuni che mons. Balzelli lo vorrebbe trattenere con sé, ricevendone un affettuoso rifiuto da parte di mons. Ruotolo: si potrebbe fare solo se in cambio mi venissero dati due sacerdoti!

Così Don Tonino torna ad Ugento nella cui cattedrale è ordinato sacerdote l’8 dicembre 1957. Poco prima è stato nominato Vicario Generale don Antonio De Vitis, parroco di Taurisano, con cui inizia un rapporto di rispettosa amicizia e grande collaborazione, tale da costituire per lui guida spirituale e costante punto di riferimento.

Non abbandona gli studi e, facendo il pendolare tra Bologna e Milano, prende la licenza in teologia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale a Vengono (VA).

Nel 1958 torna nel Seminario di Ugento come collaboratore del rettore. Nel 1962, all’avvio del Concilio Vaticano II, accompagna a Roma mons. Ruotolo come consulente teologico. Ben presto viene richiamato in seminario, dove mons. De Vitis, nuovo rettore, lo vuole suo vice. Nel 1965 si laurea in teologia dogmatica presso la Pontificia Università Lateranense.

Già componente del Capitolo della Cattedrale dal 1958, diviene canonico nel 1967 e canonico teologo nel 1969. Essendosi dimesso mons. Ruotolo e sostituendolo in sede vacante mons. De Vitis, diviene rettore del seminario (1974). Nello stesso anno è nominato quale nuovo vescovo mons. Michele Mincuzzi. Don Tonino è da subito suo stretto collaboratore.

Continua quanto aveva iniziato con l’Ufficio Catechistico per la divulgazione del messaggio conciliare, collabora alla programmazione pastorale, alla creazione dei nuovi organismi di partecipazione come il Consiglio Pastorale Diocesano, di cui sarà il primo segretario, il Consiglio Presbiteriale e il Comitato di Evangelizzazione e Promozione Umana. Nel 1979 lascia il seminario ed è eletto Vicario Episcopale per la Pastorale Diocesana. Contemporaneamente ha le funzioni di economo della parrocchia del “Sacro Cuore” di Ugento.

Il 1° gennaio 1979 è nominato parroco della Chiesa della Natività di Tricase. Qui, operando in maniera non diversa che nel precedente incarico ugentino, si guadagna la stima e l’affetto di tutta la popolazione che ne festeggia l’elezione a Vescovo di Molfetta, Giovinazzo, Terlizzi, cui poi si aggiunge anche Ruvo, staccata da Bitonto.

L’annuncio, da parte del nuovo Vescovo di Ugento, mons. Mario Maglietta, è dato in cattedrale il 4 settembre 1982. Accetta a malincuore, dopo due precedenti rifiuti e molti tentennamenti. La consacrazione avviene il 30 ottobre, in una calda serata e in una piazza gremita all’inverosimile di gente festante. Il 21 novembre fa il suo ingresso a Molfetta e successivamente negli altri tre paesi.

Dimostra subito il suo grande impegno sociale trovandosi immediatamente di fronte un grosso problema, la chiusura delle ferriere di Giovinazzo: per aiutare gli operai licenziati non esita a togliere undici milioni dal fondo per la costruzione di nuove chiese. Impegno che poi porterà avanti instancabilmente, sempre a fianco degli ultimi. Cosa che richiama anche nel suo progetto pastorale “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi” (1984) in cui indica le priorità del suo magistero: privilegiare l’evangelizzazione, ristabilire il primato della spiritualità, partire da chi è socialmente più in basso.

E’ del 1985 l’inizio delle attività della C.A.S.A. (Comunità di Accoglienza e Solidarietà Abulia) per la riabilitazione dei tossicodipendenti, anche questa volta tra mille difficoltà economiche connesse al pagamento della struttura.

Nello stesso anno viene proposto dal cardinale Ballestrero alla presidenza di Pax Christi, ormai da sette anni senza guida. L’ultimo presidente era stato mons. Luigi Bettazzi, Vescovo di Ivrea, che diventerà suo grande estimatore ed amico. E don Tonino lo difende dagli attacchi di Indro Montanelli con una coraggiosa lettera (1986) che segna un po’ il suo debutto sulla scena del pacifismo nazionale ed internazionale.

Da quel momento in poi è tutto un crescendo di attive partecipazioni: la protesta contro il poligono militare di Torre di Nebbia, il documento dei vescovi pugliesi “Terra di Bari, terra di pace”, l’opposizione allo schieramento di aerei da guerra americani a Gioia del Colle. Nel gennaio 1991 indirizza un appello ai parlamentari italiani contro l’ormai prossima Guerra del Golfo.

E’ sulla banchina del porto di Bari quando con la nave Vlora arriva il più grande carico di disperati albanesi, a chiedere umanità e dignità per i tanti rinchiusi nello Stadio della Vittoria, affamati ed assetati sotto il sole (10 agosto 1991).

Solo qualche giorno dopo, il 29 agosto, don Tonino sa che quei disturbi allo stomaco che lo affliggono da tempo, forse anche per i ritmi forsennati che si è imposto, sono dovuti ad un tumore gastrico. Per questo viene operato nell’Ospedale di Gagliano del Capo il 3 settembre. La diagnosi istologica purtroppo conferma trattarsi di un tumore maligno che condiziona inevitabilmente quanto gli resta da vivere.

Malgrado ciò continua instancabile le visite pastorali nelle comunità della Diocesi e, sebbene provato dalla chemioterapia, partecipa alla marcia di Sarajevo (12 dicembre 1992), in piena guerra civile iugoslava.

Entusiasta ma stanco, si ritira per circa un mese nella sua città natale per riprendere le forze. Poi, avendo sentore che la malattia si aggrava, decide di tornare a Molfetta: “Vorrei morire a Molfetta ed essere sepolto ad Alessano”.

L’ultima funzione cui prende parte, affaticato e sofferente, è la messa crismale dell’8 aprile 1993. Tra l’altro dice: “A ciascuno vorrei dire ti voglio bene”. Il 18 aprile detta le volontà testamentarie. Muore nel pomeriggio del 20 aprile, circondato dall’affetto dei fratelli e di quanti con amore lo hanno accudito.

Giuseppe Gragnaniello

 

Rosarium Virginis Mariae

Ritengo di rendere doveroso omaggio a don Tonino che, nel tempo della sofferenza, ha voluto adornare la propria stanza delle immagini della Vergine, così come è venerata nella nostra diocesi, offrendo alla riflessione dei lettori la sintesi della Lettera Apostolica sul rosario scritta da Papa Giovanni Paolo II.

Nell’introduzione alla sua lettera apostolica, il Papa parla del rosario come di una preghiera sviluppatasi al soffio dello Spirito e la definisce preghiera dal cuore cristologico, indicata come efficace strumento spirituale di fronte ai mali della società e continua dicendo: “Mi ha accompagnato nei momenti della gioia e in quelli della prova. Ad esso ho consegnato tante preoccupazioni, in esso ho trovato sempre conforto”.

Essa è una preghiera semplice, che batte il cuore della vita e, attraverso il rosario, si contempla con Maria il volto di Cristo.

Con esso si invoca da Dio il dono della pace e protezione alle famiglie sempre più insidiate da forze disgregatrici.

Per sua natura, la recita del rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favorisca nell’orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il cuore di Colei che al Signore fu più vicina; e se la liturgia, azione di Cristo e della Chiesa, è azione salvifica per eccellenza, il rosario, quale meditazione su Cristo con Mari, è contemplazione salutare con colei che alle nozze di Cana mostra l’efficacia dell’intercessione che si fa portavoce presso Gesù delle umane necessità.

Affinché il rosario possa dirsi in modo pieno “compendio del Vangelo” è conveniente che, dopo aver ricordato l’incarnazione e la vita nascosta di Gesù (misteri della gioia) e prima di soffermarsi sulle sofferenze della passione (misteri del dolore) e della risurrezione (misteri della gloria), è necessario che la meditazione si porti anche su alcuni momenti della vita pubblica (misteri della luce) che ritengo – dice il Papa – possano essere individuati:

-Nel suo battesimo al Giordano;

-Nella sua autorivelazione alle nozze di Cana:

-Nell’annuncio del regno di Dio con l’invito alla conversione:

-Nella sua trasfigurazione sul monte Tabor;

-Nell’istituzione dell’Eucaristia.

Ora, poiché secondo la prassi corrente il lunedì e il giovedì sono dedicati ai “misteri della gioia”; il martedì e il venerdì ai “misteri del dolore”; il mercoledì, il sabato e la domenica ai “misteri della gioia”; dove inserire i “misteri della luce”?

Considerando che i misteri gloriosi sono riproposti di seguito il sabato e la domenica e che il sabato è tradizionalmente un giorno di festa a forte carattere mariano, sembra consigliabile spostare al sabato la seconda meditazione settimanale dei misteri gaudiosi nei quali la presenza di Maria è più pronunciata; il giovedì resta così libero, proprio per la meditazione dei misteri della luce.

Ecco, pertanto, la la nuova riproposizione suggerita dal Papa:

Misteri Gaudiosi: Lunedì e Sabato

Misteri Dolorosi: Martedì e Venerdì

Misteri Gloriosi: Mercoledì e Domenica

Misteri Luminosi: Giovedì

I nuovi misteri della luce possono essere così enunciati:

Nel 1° mistero della luce si contempla Gesù che riceve il battesimo di penitenza nel Giordano;

Nl 2° mistero della luce si contempla Gesù che rivela la sua gloria alle nozze di Cana;

Nel 3° mistero della luce si contempla Gesù che annuncia il regno di Dio e invita alla conversione;

Nel 4° mistero della luce si contempla Gesù che si trasfigura sul monte Tabor;

Nel 5° mistero della luce si contempla Gesù che istituisce l’Eucaristia nel cenacolo.

Quella dolce catena che è la corona che apre l’orazione con il crocifisso ce la chiude con il crocifisso ci pone in sintonia con Maria “la serva del Signore” e in definitiva con Cristo stesso che, pur essendo Dio, si fece “servo” per amore nostro.

Così conclude la sua Lettera apostolica il Papa:

Faccio volentieri mie le parole toccanti con le quali si chiude la Supplica alla Regina del Santo Rosario: «O Rosario benedetto di Maria, catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più. Tu ci sarai conforto nell’ora dell’agonia. A te l’ultimo bacio della vita che si spegne. E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti. Sii ovunque benedetta, oggi e sempre, in terra e in cielo».

don Mario, diacono

 

Sorgente: <a href="Esserci, febbraio 2003“>Santa Maria della Stella Terlizzi

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