Esserci, giugno 1993

 

La nostra comunità si prepara ad accogliere un evento di Grazia…

Un campo di lavoro… spirituale

Quando le suore francescane vennero a trovarmi, mi dissero: “Senti, don Franco, noi vorremmo fare un campo di lavoro nella tua parrocchia. Tu che ne dici?”. Io lì per lì rimasi perplesso: mi chiedevo che tipo di campo di lavoro potessero svolgere. Nella mia mente si erano formulate diverse ipotesi: una raccolta di indumenti per indigenti, un campo estivo per ragazzi… E dicevo tra me e me: “Ma tutto questo è stato già organizzato! Forse è un doppione ed è inutile!”.

Le suore notarono la mia perplessità e, quasi intuendo i miei pensieri, dissero: “Noi vogliamo fare un campo di lavoro spirituale! Vogliamo andare per le famiglie e parlare di Gesù. Vogliamo incontrare i giovani e presentare loro la ricchezza della fede!”. Allora compresi ciò che le suore intendevano dire con l’espressione “campo di lavoro” e mi piacque.

Pensai alle parole di Gesù che spesso paragona l’annuncio del Vangelo ad un lavoro nei campi dove c’è da dissodare, seminare, coltivare… ed ho immaginato la nostra parrocchia come un campo dove in alcuni angoli crescono ancora erbacce, in altri angoli ci sono alberi che hanno bisogno di essere potati e dove il terreno ha bisogno di essere arato per poter raccogliere il seme.

Bella l’espressione “campo di lavoro spirituale”! Un gruppo di “operai”, circa venticinque, hanno offerto la loro opera per dissodare il campo, per estirpare le erbacce, per rendere fertile il terreno. Allora ho pensato ad un dono della Provvidenza di Dio. E’ stato il Signore che ha messo nel cuore di questi suoi operai la voglia di lavorare in questo campo che è la nostra parrocchia.

E sì che ce n’era bisogno. Infatti mi sentivo stringere il cuore quando qualcuno mi diceva: “Don Franco, quando hai un po’ di tempo, vieni a casa perché ti devo parlare”; oppure quando parlavo con qualche giovane che aveva problemi, dovevo guardare l’orologio e interrompere il dialogo a metà, perché altri impegni mi chiamavano altrove.

Finalmente degli “operai specializzati” hanno scelto di darmi una mano per dissodare il terreno, per coltivare il campo, per seminare del buon seme. Ma, dopo, altri interrogativi sono sorti dentro di me e mi son detto: “Ma questo lavoro durerà una settimana. E poi?”. Il campo ha bisogno di cure continue, perché le erbacce potranno tornare a spuntare, il terreno si farà di nuovo duro. E mi son detto: “Se la provvidenza ha voluto che questi “operai” lavorassero nella Sua vigna, non permetterà che tale lavoro sia vano!”. E pensavo ai numerosi laici che hanno offerto la loro disponibilità per la catechesi, per l’educazione dei giovani, per il sostegno delle famiglie.

Ad essi, ne sono ceto, si affiancheranno altri che con la loro fede e il loro entusiasmo faranno della nostra parrocchia un giardino ricco di frutti.

don Franco

 

Amici carissimi di Terlizzi

E’ davvero una grande gioia quella che ci nasce dentro il cuore pensando che tra poco avremo la possibilità di incontrarvi e di conoscervi uno ad uno, personalmente. Sì, perché l’esperienza che ci accingiamo a fare tra voi e con voi ha proprio questo scopo: incontrarsi ed incontrarsi nel nome del Signore.

Ogni anno in questo periodo con un nucleo di giovani, noi, suore francescane alcantarine, ci “trasferiamo” in un paese o parrocchia per portare l’annuncio del Vangelo, la buona notizia che il Signore ci vuole bene. Penserete che è scontato… ma non è così, ve lo assicuriamo anche in base alle molteplici esperienze ormai fatte.

Nel periodo che trascorreremo insieme, condivideremo tutto: la preghiera, la festa dello stare insieme, l’ascolto e l’annuncio della Parola del Signore e soprattutto verremo nelle vostre case per portare la PACE che San Francesco porgeva sempre a coloro che incontrava con queste parole: “IL SIGNORE TI DIA PACE!”… ecco, saremo a vostra completa disposizione e voi… potrete prendervi cura di noi.

Il programma, gli orari e tutte le informazioni vi verranno comunicati dai vostri sacerdoti che con grande disponibilità e benevolenza ci accolgono.

Il nostro stare con voi è solo il Segno che Dio ama i suoi figli e questi giorni li potrete intitolare così: “E’ IL SIGNORE CHE PASSA”. Se volete potrete aprirgli la porta oltre che delle vostre case anche del vostro cuore!

Già da ora sentiamo di volervi bene.

Le vostre sorelle francescane

 

Voglia di rinnovamento, in attesa della missione

Siate uomini nuovi

La vita di una comunità parrocchiale si compone di momenti differenti, proprio come accade alla vita di ogni persona. All’interno di questo cammino vi è un tempo per la semina, un tempo per la crescita, un tempo per la mietitura e per la raccolta. Questo cadenzarsi di stagioni, lungi dal presentarsi nella sua noiosa ripetitività, racchiude spesso il mistero di una crescita che matura giorno dopo giorno, di un progetto che si rivela a poco a poco, di una storia che si dipana lenta ma sicura verso una meta sempre nuova eppure sempre uguale a se stessa.

Accanto a questo andamento che potremmo definire di “ordinarietà feconda”, c’è una differente modalità di cammino. Capita, infatti, che qualcosa di imprevisto accada. All’improvviso qualcosa comincia a non quadrare più: ecco aprirsi spazi nuovi e situazioni che, nel loro sfuggire alle misure consuete, si rivelano rigeneranti. Si creano così delle “crepe” esistenziali che più che lacerazioni sono spiragli, più che fratture sono feritoie di luce, più che tracce di sussulti spaventosi sono fessure che rivelano nuovi e più affascinanti panorami che l’abitudine, la consuetudine, l’ordinarietà hanno, fino a quel momento, tenuti nascosti.

Ebbene, il più delle volte questa “fecondità straordinaria” presiede i momenti decisivi della vita, è chiamata ad indicare passaggi sconosciuti, ad aprire varchi nuovi, a segnalare tracciati vergini; ma può capitare anche che riapra sentieri apparentemente interrotti, che riscopra viottoli che da tempo si riteneva di non dover più battere, che ritrovi, insomma, orientamenti perduti.

Nel corso della vita di ciascuno, così come in quello di una comunità parrocchiale, tanto l’”ordinarietà feconda” quanto la “straordinaria fecondità” rappresentano due momenti di uguale importanza. Il primo è funzione di stabilità, di saldezza, di equilibrio; il secondo è motivo di rinnovamento, di crescita, di rottura, di conversione. Un’occasione di novità e di rigenerazione interiore ci viene offerta dalla missione che interesserà la parrocchia. Un gruppo di suore e di padri francescani verranno in mezzo a noi per portare l’annuncio del Vangelo, ma soprattutto per farci sentire che lo stile evangelico della condivisione, della disponibilità, della carità ha ancora oggi un senso. Un annuncio che, nel suo apparire scontato, è in realtà carico di speranza e ricco di novità mai consumate dal logorio del tempo, pur se spesso svilite ed impastoiate dall’urto terribile dell’abitudine o, peggio, del formalismo bigotto.

Noi credenti ci lasciamo spesso tentate dalle suggestioni delle nostre certezze. Spesso dimentichiamo la carica eversiva del Vangelo. E piuttosto che lasciarci interpellare dall’arcano del rito, ci rifugiamo nel ritualismo, più che denunciare le nuove idolatrie del consumismo e dell’edonismo, ci limitiamo a convivere “pacificamente” con esse. Abbiamo anche noi realizzato certe pericolose familiarità con l’”ordinario”, ma non quello fecondo che è capace di recuperare il senso dell’esistenza, scoprendo e vivendo il significato delle piccole cose di goni giorno, bensì quello insignificante che si adegua passivamente alla realtà, che preferisce vivere “in pace”, piuttosto che vivere “la pace”. Ci accontentiamo di ciò che ci si presenta davanti, del consolidato presente, del prevedibile futuro, dimenticando la chiamata ad essere uomini nuovi, aperti cioè alle novità, alla mobilità, alla conversione. Quando Gesù incontra nottetempo Nicodemo, l’emblema dell’uomo che non sa decidersi per la causa del Regno, dell’uomo attanagliato dalle paure e dalle ansie della propria condizione umana, gli dice: “Se uno non rinasce… non può vedere il Regno di Dio”. E paolo, scrivendo ai Colossesi, li invita ad essere “uomini nuovi”, aperti cioè al rinnovamento continuo. Ed allora prepariamoci a vivere con questo spirito un evento che, ne siamo certi, sarà motivo di rinascita, di rinnovamento spirituale, di riscoperta di valori, di recupero di identità forse offuscate (dalle pratiche liturgiche che hanno indotto in alcuni assuefazione, in altri indifferenza), forse smarrite (lungo i percorsi frenetici cui la vita ci obbliga).

Riprendere il cammino insieme, nello stile della “metànoia”, ossia della conversione, di quella che abbiamo definito “straordinaria fecondità”: questo vuol essere il senso dell’evento di Grazia che ci apprestiamo ad accogliere. E’ naturale che ciascuno dovrà disporsi a lasciare qualcosa di sé, a rinunciare a a quella parte che ancora lo trattiene a riva a causa dell’incertezza di una rotta che nessuno può prevedere. Ma ciò che può sembrare una perdita è in realtà una conquista. Ciò che sembra una crudeltà è invece una “legge di crescita”. Ciò che appare una rottura , uno strappo, è in realtà una cucitura.

Accogliamo dunque con gioia questo privilegio di avere dei missionari in mezzo a noi. Prepariamoci al ricambio, al rinnovo con spirito libero e disponibile, senza vantare crediti o privilegi spirituali, senza accampare diritti di primogenitura su quanti, più o meno conosciuti e più o meno lontani, vorranno condividere con noi il cammino di questi giorni di Grazia.

E, per una volta, mettiamo da parte l’ansia di voler prevedere a tutti i costi, di misurare con anticipo, di predefinire gli esiti. Rischia di essere esercizio vano e inutile. Apriamoci all’esercizio di Fede in Chi, meglio e più di noi, sa guidare i nostri passi.

Marcello Marchese

 

In margine alla prima comunione

Quella bambina dai capelli biondi era riuscita a trasmettermi il suo mal di pancia. Il motivo per lei era importante: la prima confessione che precedeva la sua prima comunione. Ormai assorbivo tutte le loro emozioni, forse perché, in fondo, le provavo anch’io. La notte non è stata certo tranquilla, figuriamoci per loro.

Al mattino c’è sempre qualche ritardatario e, mentre si aspetta impazientemente, mi rendo conto che le braccine smanicate della bambina dai capelli biondi sono bianche a chiazze rosse, segno inconfutabile che non è riuscita ancora a rilassarsi.

Entriamo in chiesa. I bambini si schierano ai lari dell’altare. Il mio cuore è in gola. In alto, alle spalle di don Franco, il Cristo risorto. Quel Cristo risorto anche per me e che non posso fare a meno di ringraziare per avermi dato la capacità, la volontà, il tempo, ma soprattutto la fede, per condurre con il cuore questi bambini che per la prima volta si accostano alla sua mensa.

Ho pensato nel mio cuore che l’augurio più bello per loro è quello di saper apprezzare questo pane consacrato, di sperimentare tutta la felicità che porta la comunione profonda col Cristo.

Sono convinta che se questi bambini, insieme a tutti i loro coetanei, vivranno con gioia questi momenti, potremo dire di aver fatto un buon investimento.

Ormai la tensione è affievolita. Le braccine della bambina dai capelli biondi sono diventate uniformi. E’ evidente che è felice e che quella felicità, quella gioia è riuscita a trasmetterla anche a coloro che la circondano.

Una catechista

Sorgente: <a href="Esserci, giugno 1993“>Santa Maria della Stella Terlizzi

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