12 agosto 2018 – XIX Domenica del Tempo Ordinario

Sant’Agostino – Commento al Vangelo di San Giovanni

OMELIA 26 – (Giov. 6, 41-59)

ll pane che io darò è la mia carne offerta per la vita del mondo 

Caravaggio, Cena in Emmaus

Caravaggio, Cena in Emmaus

O sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha donde attingere la vita. Si accosti, creda, sarà incorporato, sarà vivificato.

1. Quando nostro Signore Gesù Cristo, come abbiamo sentito dalla lettura del Vangelo, affermò di essere lui il pane disceso dal cielo, i Giudei cominciarono a mormorare dicendo: Ma non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, del quale conosciamo il padre e la madre? Come può dire dunque: Sono disceso dal cielo? (Gv 6, 42). Essi erano lontani da quel pane celeste, ed erano incapaci di sentirne la fame. Avevano la bocca del cuore malata; avevano le orecchie aperte ma erano sordi, vedevano ma erano ciechi. Infatti, questo pane richiede la fame dell’uomo interiore; per cui in altro luogo il Signore dice: Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, poiché essi saranno saziati (Mt 5, 6). E l’apostolo Paolo dice che la nostra giustizia è Cristo (cf. 1 Cor 1, 30). Perciò chi ha fame di questo pane, deve sentir fame di giustizia: ma della giustizia che discende dal cielo, della giustizia che Iddio dà, non di quella che l’uomo si fa da sé. Se, infatti, l’uomo non si facesse una sua giustizia, non direbbe il medesimo Apostolo a proposito dei Giudei: Misconoscendo la giustizia di Dio e volendo stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio (Rm 10, 3). Così erano costoro: incapaci d’intendere il pane del cielo, perché, sazi della propria giustizia, non sentivano fame della giustizia di Dio. Cosa s’intende qui per giustizia di Dio e giustizia degli uomini? Per giustizia di Dio s’intende non la giustizia per cui Dio è giusto, ma quella che Dio comunica all’uomo, affinché l’uomo sia giusto per grazia di Dio. E quale era, invece, la giustizia di quei tali? Una giustizia che essi presumevano dalle loro forze, illudendosi di poterla compiere appoggiandosi sulla propria virtù. Ora, nessuno può adempiere la legge, senza l’aiuto della grazia, che è il pane che discende dal cielo. Compie la legge – dice in maniera concisa l’Apostolo, – soltanto chi ama (Rm 13, 10): chi ama non il denaro, ma chi ama Dio; chi ama non la terra o il cielo, ma colui che ha fatto il cielo e la terra. Donde attinge, l’uomo, questo amore? Ascoltiamo lo stesso Apostolo: L’amore di Dio viene riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato (Rm 5, 5). Il Signore, che avrebbe donato lo Spirito Santo, affermò di essere il pane che discende dal cielo, esortandoci a credere in lui. Mangiare il pane vivo, infatti, significa credere in lui. Chi crede, mangia; in modo invisibile è saziato, come in modo altrettanto invisibile rinasce. Egli rinasce di dentro, nel suo intimo diventa un uomo nuovo. Dove viene rinnovellato, lì viene saziato.

[La fede ha le sue radici nel cuore.]

2. Che cosa ha risposto, allora, Gesù a quei tali che mormoravano? Non mormorate tra voi. Come a dire: so perché non avete fame, so perché non comprendete e quindi non cercate questo pane. Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato (Gv 6, 43-44). Mirabile esaltazione della grazia! Nessuno può venire se non è attratto. Se non vuoi sbagliare, non pretendere di giudicare se uno è attratto o non è attratto, né di stabilire perché viene attratto questo e non quello. Cerca di prendere le parole come sono e cerca d’intenderle bene. Non ti senti ancora attratto? Prega per essere attratto. Cosa voglio dire con ciò, o fratelli? Voglio forse dire che se veniamo attratti dal Cristo, allora crediamo nostro malgrado, siamo costretti e non siamo più liberi? Ebbene, può accadere che uno entri in chiesa contro la sua volontà, e, contro la sua volontà, si accosti all’altare e riceva il Sacramento, ma credere non può se non vuole. Se il credere fosse un’azione esteriore, potrebbe avvenire anche contro la nostra volontà, ma non è col corpo che si crede. Ascolta l’Apostolo: E’ col cuore che si crede per ottenere la giustizia. E che cosa dice poi? e colla bocca si fa la professione per avere la salvezza (Rm 10, 10). E’ dalle radici del cuore che sorge la professione di fede. Ti accadrà di sentire uno professare la fede, senza per questo sapere se egli crede davvero. Ma se ritieni che egli non creda, non puoi chiamare, la sua, una professione di fede: perché, professare, significa esprimere ciò che si ha nel cuore. E se nel cuore hai una cosa e ne dici un’altra, tu dici delle parole ma non fai una professione di fede. Poiché dunque è col cuore che si crede in Cristo, per cui la fede non può essere una cosa forzata, e d’altra parte chi è attratto sembra che sia costretto a credere contro sua volontà, in che modo possiamo risolvere il problema posto dalle parole: Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato?

3. Si dirà che se uno è attratto, viene suo malgrado. Ma se viene suo malgrado, vuol dire che non crede: e se non crede non viene. Non si va a Cristo camminando, ma credendo. Non si raggiunge Cristo spostandoci col corpo, ma con la libera decisione del cuore Così quella donna che toccò un lembo della veste del Signore, toccò più che tutta la folla che lo schiacciava, tanto che il Signore domandò: Chi mi ha toccato? I discepoli stupiti, esclamarono: La folla ti preme d’ogni parte, e tu dici: chi mi ha toccato? Ma egli riprese: Qualcuno mi ha toccato (Lc 8, 45-46). La donna lo tocca, la folla preme. Che significa toccare se non credere? Per questo, a quella donna che dopo la risurrezione si voleva gettare ai suoi piedi, disse: Non mi toccare: non sono ancora asceso al Padre (Gv 20, 17). Come a dire: Tu credi che io sia soltanto ciò che vedi: non mi toccare. Che vuol dire? Vuol dire: tu credi che io sia solo ciò che appaio, non credere più così. Questo è il significato delle parole: Non mi toccare: non sono ancora asceso al Padre; cioè per te non sono ancora asceso, in quanto io non mi sono mai allontanato da lui. Se non poteva toccarlo mentre stava in terra, come avrebbe potuto toccarlo quando fosse asceso al Padre? In tal modo, con tale spirito vuole che lo si tocchi; e così lo toccano coloro che lo toccano con fede, ora che egli è asceso al Padre, ora che sta alla destra del Padre, essendo uguale al Padre.

[Ciò che ci piace ci attrae.]

4. Così, quando ascolti: Nessuno viene a me se non è attratto dal Padre, non pensare di essere attratto per forza. Anche l’amore è una forza che attrae l’anima. Non dobbiamo temere il giudizio di quanti stanno a pesare le parole, ma sono incapaci d’intendere le cose di Dio; i quali, di fronte a questa affermazione del Vangelo, potrebbero dirci: Come posso credere di mia volontà se vengo attratto? Rispondo: Non è gran cosa essere attratti da un impulso volontario, quando anche il piacere riesce ad attrarci. Che significa essere attratti dal piacere? Metti il tuo piacere nel Signore, ed egli soddisfarà i desideri del tuo cuore (Sal 36, 4). Esiste anche un piacere del cuore, per cui esso gusta il pane celeste. Che se il poeta ha potuto dire: “Ciascuno è attratto dal suo piacere” (Virg., Ecl. 2), non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo. Se i sensi del corpo hanno i loro piaceri, perché l’anima non dovrebbe averli? Se l’anima non avesse i suoi piaceri, il salmista non direbbe: I figli degli uomini si rifugiano all’ombra delle tue ali; s’inebriano per l’abbondanza della tua casa, bevono al torrente delle tue delizie; poiché presso di te è la fonte della vita e nella tua luce noi vediamo la luce (Sal 35, 8-10). Dammi un cuore che ama, e capirà ciò che dico. Dammi un cuore anelante, un cuore affamato, che si senta pellegrino e assetato in questo deserto, un cuore che sospiri la fonte della patria eterna, ed egli capirà ciò che dico. Certamente, se parlo ad un cuore arido, non potrà capire. E tali erano coloro che mormoravano tra loro. Viene a me – dice il Signore – chi è attratto dal Padre.

[Rivelandosi a noi, Dio ci attrae.]

5. Ma perché uno deve essere attratto dal Padre, se il Cristo stesso ci attrae? Perché dice che uno deve essere attratto dal Padre? Se dobbiamo essere attratti, lo saremo da colui al quale una donna innamorata dice: Correremo dietro l’odore dei tuoi profumi (Ct 1, 3). Ma consideriamo, o fratelli, e, per quanto è possibile, cerchiamo d’intendere ciò che ha voluto dirci. Il Padre attira al Figlio coloro che credono nel Figlio, in quanto sono persuasi che egli ha Dio per Padre. Dio Padre, infatti, ha generato il Figlio uguale a sé; e il Padre attrae al Figlio colui che, nella sua fede, sente e sa che colui in cui crede è uguale al Padre. Ario ha creduto che il Figlio fosse una creatura: il Padre non lo ha attirato, perché chi ritiene che il Figlio non sia uguale al Padre non pensa rettamente del Padre. Che dici, Ario? Che discorsi stai facendo, o eretico? Chi è Cristo? Non è vero Dio, rispondi, ma una creatura del vero Dio. Il Padre non ti ha attratto: perché non hai capito chi è il Padre, di cui rinneghi il Figlio. Ti sei fatta del Figlio un’idea sbagliata. Non sei attratto dal Padre, e tanto meno sei attratto al Figlio, che è ben altro di ciò che tu dici. Fotino dal canto suo dice: Cristo è solo uomo, non è anche Dio. Se uno pensa così, vuol dire che il Padre non lo ha attratto. Colui che il Padre ha attratto, ha detto: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Non sei come un profeta, non sei come Giovanni, non sei come un qualsiasi uomo giusto; tu sei l’unico, l’eguale, tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Pietro è stato attratto, ed è stato attratto dal Padre: Beato te, Simone figlio di Giovanni, perché non carne e sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli (Mt 16, 16-17). Questa rivelazione è essa stessa un’attrazione. Tu mostri alla pecora un ramo verde, e l’attrai. Mostri delle noci ad un bambino e questo viene attratto: egli corre dove si sente attratto; è attratto da ciò che ama, senza che subisca alcuna costrizione; è il suo cuore che rimane avvinto. Ora se queste cose, che appartengono ai gusti e ai piaceri terreni, esercitano tanta attrattiva su coloro che amano non appena vengono loro mostrate – poiché veramente “ciascuno è attratto dal suo piacere” -, quale attrattiva eserciterà il Cristo rivelato dal Padre? Che cosa desidera l’anima più ardentemente della verità? Di che cosa dovrà l’uomo essere avido, a quale scopo dovrà custodire sano il palato interiore, esercitato il gusto, se non per mangiare e bere la sapienza, la giustizia, la verità, l’eternità?

6. E dove l’anima potrà essere saziata? Dove si trova il sommo bene, la verità totale, l’abbondanza piena. Qui in terra, anche se ci sostiene l’autentica speranza, è più facile aver fame che esser saziati. Beati – dice infatti il Signore – coloro che hanno fame e sete di giustizia, – cioè che hanno fame e sete qui, in terra – perché saranno saziati (Mt 5, 6). Ma dove saranno saziati? In cielo. Così, dopo aver detto: Nessuno viene a me se non lo attira il Padre che mi ha mandato, cosa aggiunge? E io lo risusciterò nell’ultimo giorno (Gv 6, 44). Gli do ciò che ama, e gli rendo ciò che spera; vedrà ciò che senza vedere ha creduto, mangerà ciò di cui adesso ha fame e sarà saziato con ciò di cui adesso ha sete. Dove? Nella risurrezione dei morti, perché io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

[Dio possiede l’arte di attrarre.]

7. Sta scritto nei profeti: Saranno tutti ammaestrati da Dio (Gv 6, 45). Perché vi cito questo, o Giudei? Voi non siete stati ammaestrati dal Padre, come potete conoscermi? Tutti i figli del Regno saranno ammaestrati da Dio, non dagli uomini. Anche se ascoltano dalla voce degli uomini, ciò che comprendono vien loro comunicato interiormente: è frutto di una illuminazione, di una rivelazione interiore. Che fanno gli uomini con l’annuncio che risuona di fuori? Che faccio io adesso che vi parlo? Faccio giungere alle vostre orecchie il suono delle parole. Se dentro di voi non ci fosse chi ve ne dà la rivelazione, io parlerei a vuoto e vane sarebbero le mie parole. Il coltivatore dell’albero è fuori, il Creatore è dentro. Colui che pianta e colui che irriga agiscono all’esterno, come appunto facciamo noi; ma né chi pianta, è qualcosa, né chi irriga è qualcosa, ma Dio che fa crescere (1 Cor 3, 7). Questo significa saranno tutti ammaestrati da Dio. Tutti chi? Chiunque ha ascoltato il Padre ed ha accolto il suo insegnamento, viene a me (Gv 6, 45). Ecco, come esercita la sua attrattiva il Padre: attrae col suo insegnamento, senza costringere nessuno. Ecco come attrae. Saranno tutti ammaestrati da Dio: attrarre è l’arte di Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre ed ha accolto il suo insegnamento, viene a me. Sì, attrarre è proprio di Dio.

8. E allora, fratelli? Se chiunque ha ascoltato il Padre ed ha accolto il suo insegnamento, viene al Cristo, Cristo non gli ha insegnato niente? E allora perché gli uomini non hanno visto il Padre come maestro, mentre hanno visto il Figlio? Gli è che il Figlio parlava, e il Padre insegnava. Io, che sono uomo, a chi insegno, o fratelli, se non a chi ascolta la mia parola? Se io, essendo uomo, insegno a chi ascolta la mia parola, anche il Padre insegna a colui che ascolta il suo Verbo, la sua Parola. E se il Padre insegna a chi ascolta il suo Verbo, domandati chi è Cristo e troverai che è appunto il Verbo del Padre: In principio era il Verbo. Non dice l’evangelista che in principio Dio creò il Verbo, così come la Genesi dice: In principio Dio creò il cielo e la terra (Gn 1, 1). La ragione è che il Verbo non è una creatura. Lasciati attrarre dal Padre al Figlio. Lasciati ammaestrare dal Padre, ascolta il suo Verbo. Quale Verbo, dici tu, devo ascoltare? In principio era il Verbo. Il Verbo non è stato creato, ma era; e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. E in che modo gli uomini fatti di carne potranno udire questo Verbo? Perché il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi (Gv 1, 1 14).

9. Il Signore ci spiega anche questo, e ci aiuta a capire il significato delle sue parole: Chi ha ascoltato il Padre ed ha accolto il suo insegnamento, viene a me. E subito aggiunge quanto si sarebbe potuto presentare alla nostra mente: Non che alcuno abbia veduto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha veduto il Padre (Gv 6, 46). Che vuol dire? Io ho visto il Padre, voi non avete visto il Padre: e tuttavia se venite a me è perché il Padre vi attrae. E cos’è essere attratti dal Padre se non apprendere dal Padre? E apprendere dal Padre cos’è se non ascoltare il Padre? E ascoltare il Padre cos’è se non ascoltare il Verbo del Padre, che sono io? Quando io affermo: Chiunque ha ascoltato il Padre e ha accolto il suo insegnamento, voi potreste obiettare: Se non abbiamo mai visto il Padre, come abbiamo potuto accogliere il suo insegnamento? Vi rispondo: Non che alcuno abbia veduto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha veduto il Padre. Io conosco il Padre; io vengo da lui, ma come viene la parola da colui al quale essa appartiene; non come una parola che suona e passa, ma come la Parola che permane presso chi la pronuncia e che attrae chi l’ascolta.

10. Quanto segue deve rimanere in noi ben impresso: In verità, in verità vi dico: chi crede in me ha la vita eterna (Gv 6, 47). Ha voluto rivelare ciò che è. In maniera più concisa avrebbe potuto dire: Chi crede in me, ha me. Cristo è infatti vero Dio e vita eterna. Chi crede in me, egli dice, entra in me; e chi entra in me, ha me. Ma cos’è avere me? E’ avere la vita eterna. Colui che è la vita eterna accettò la morte, ha voluto morire: ma in ciò che possedeva di tuo, non di suo. Egli ha ricevuto la carne da te, in cui poter morire per te. Egli ha preso la carne dagli uomini, ma non nel modo in cui la prendono gli uomini. Egli, che ha il Padre nel cielo, scelse una madre in terra: in cielo è nato senza madre, in terra è nato senza padre. La vita ha accettato la morte, affinché la vita uccidesse la morte. Dunque chi crede in me – dice – ha la vita eterna, che non è quella che si vede, ma quella che non si vede. Infatti, la vita eterna è il Verbo, che era in principio presso Dio, e il Verbo era Dio, e la vita era la luce degli uomini (Gv 1, 1-4). Egli stesso, che è la vita eterna, comunicò la vita eterna anche alla carne da lui assunta Egli venne per morire, ma il terzo giorno risuscitò. La morte venne a trovarsi tra il Verbo che assunse la carne e la carne che risorgeva, e fu debellata.

11. Io sono – dice – il pane della vita. Di che cosa si vantavano i Giudei? I padri vostri – prosegue il Signore – nel deserto mangiarono la manna e sono morti (Gv 6, 48-49). Di che cosa vi vantate? Mangiarono la manna e sono morti. Perché, mangiarono e sono morti? Perché credevano solo a ciò che vedevano; e non comprendevano ciò che non vedevano. E per questo sono vostri padri, perché voi siete simili a loro. Dobbiamo intendere, o miei fratelli, che per quanto riguarda questa morte visibile e corporale, noi non moriremo se mangiamo il pane che discende dal cielo? No, per quanto riguarda la morte visibile e carnale, moriremo anche noi come quelli. Ma per quanto riguarda quella morte che il Signore c’insegna a temere, di cui sono morti i padri di costoro, quella morte ci sarà risparmiata. Mangiò la manna Mosè, la mangiò Aronne, la mangiò Finees e molti altri che erano graditi a Dio, e non sono morti. Perché? Perché ebbero l’intelligenza spirituale di quel cibo visibile: spiritualmente lo desiderarono, spiritualmente lo gustarono, e spiritualmente furono saziati. Anche noi oggi riceviamo un cibo visibile: ma altro è il sacramento, altra è la virtù del sacramento. Quanti si accostano all’altare e muoiono, e, quel che è peggio, muoiono proprio perché ricevono il sacramento! E’ di questi che parla l’Apostolo quando dice: Mangiano e bevono la loro condanna (1 Cor 11, 29). Non si può dire che fosse veleno il boccone che Giuda ricevette dal Signore. E tuttavia non appena lo ebbe preso, il nemico entrò in lui; non perché avesse ricevuto una cosa cattiva, ma perché, malvagio com’era, ricevette indegnamente una cosa buona. Procurate dunque, o fratelli, di mangiare il pane celeste spiritualmente, di portare all’altare l’innocenza. I peccati, anche se quotidiani, almeno non siano mortali. Prima di accostarvi all’altare, badate a quello che dite: Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori (Mt 6, 12). Perdona e ti sarà perdonato: accostati con fiducia, è pane, non è veleno. Ma perdona sinceramente: perché se non perdoni sinceramente, mentisci, e mentisci a colui che non puoi ingannare. Puoi mentire a Dio, ma non puoi ingannarlo. Egli sa come stanno le cose. Egli ti vede dentro, dentro ti esamina, ti guarda e ti giudica, ti condanna o ti assolve. I padri di quei Giudei erano padri malvagi di figli malvagi, padri infedeli di figli infedeli, mormoratori e padri di mormoratori. E’ stato infatti detto di quel popolo che in nessuna cosa abbia offeso tanto il Signore, quanto mormorando contro di lui. Per questo, volendo Gesù far risaltare che essi erano degni figli di tali padri, esordisce: Cosa mormorate tra voi (Gv 6, 43), mormoratori, figli di mormoratori? I vostri padri mangiarono la manna e morirono; non perché la manna fosse cattiva, ma perché la mangiarono con animo cattivo.

12. Questo è il pane che discende dal cielo (Gv 6, 50). Questo pane è stato simboleggiato dalla manna, ed è stato simboleggiato dall’altare di Dio. Ambedue sono segni sacramentali: distinti come segni, ma identici per la realtà da essi significata. Ascolta l’Apostolo: Voglio che sappiate bene, o fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube e tutti attraversarono il mare, e così tutti nella nube e nel mare furono battezzati in Mosè, e tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale (1 Cor 10, 1-4). Sì, lo stesso cibo spirituale, perché materialmente era diverso: per essi era la manna, per noi un’altra cosa. Spiritualmente quel cibo era identico al nostro. Ma si parla dei nostri padri, non dei loro padri; di quei padri ai quali noi siamo simili, non di quelli ai quali essi erano simili. L’Apostolo aggiunge: E tutti bevvero la medesima bevanda spirituale. Era diversa la loro bevanda dalla nostra solo nella specie visibile, ma era identica nella virtù spirituale da essa significata. In che senso essi bevevano la medesima bevanda? Bevevano – dice – ad una pietra spirituale che li accompagnava, e quella pietra era Cristo (1 Cor 10, 4). Il pane viene donde veniva la bevanda. La pietra prefigurava Cristo; il Cristo vero è Verbo e carne. E come bevvero? La pietra fu percossa due volte con la verga (cf. Nm 20, 11); due volte come due sono i legni della croce. Questo è – dunque – il pane che discende dal cielo, affinché chi ne mangia non muoia (Gv 6, 50). Ma questo si riferisce alla virtù del sacramento, non alla sua forma visibile: ciò che conta è che uno mangi interiormente, non solo esteriormente: che mangi col cuore, non che mastichi coi denti.

[Solo il corpo di Cristo vive dello Spirito di Cristo.]

13. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Vivo precisamente perché disceso dal cielo. Anche la manna era discesa dal cielo; ma la manna era l’ombra, questo pane è la stessa verità. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno, e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6, 51-52). Come riuscirà la carne (cioè l’uomo fatto di carne) a capire perché il Signore ha chiamato carne il pane? Egli chiama carne quel pane che la carne non può comprendere, e la carne non lo può comprendere anche perché esso è chiamato carne. Per questo rimasero inorriditi, e dissero che era troppo, e che non era possibile. E’ la mia carne – dice – per la vita del mondo. I fedeli dimostrano di conosc

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ere il corpo di Cristo, se non trascurano di essere il corpo di Cristo. Diventino corpo di Cristo se vogliono vivere dello Spirito di Cristo. Dello Spirito di Cristo vive soltanto il corpo di Cristo. Capite, fratelli miei, ciò che dico? Tu sei un uomo, possiedi lo spirito e possiedi il corpo. Chiamo spirito ciò che comunemente si chiama anima, per la quale sei uomo: sei composto infatti di anima e di corpo. E così possiedi uno spirito invisibile e un corpo visibile. Ora dimmi: quale è il principio vitale del tuo essere? E’ il tuo spirito che vive del tuo corpo, o è il tuo corpo che vive del tuo spirito? Che cosa potrà rispondere chi vive (e chi non può rispondere, dubito che viva), che cosa dovrà rispondere chi vive? E’ il mio corpo che vive del mio spirito. Ebbene, vuoi tu vivere dello Spirito di Cristo? Devi essere nel corpo di Cristo. Forse che il mio corpo vive del tuo spirito? No, il mio corpo vive del mio spirito, e il tuo del tuo. Il corpo di Cristo non può vivere se non dello Spirito di Cristo. E’ quello che dice l’Apostolo, quando ci parla di questo pane: Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo (1 Cor 10, 17). Mistero di amore! Simbolo di unità! Vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S’avvicini, creda, entri a far parte del Corpo, e sarà vivificato. Non disdegni d’appartenere alla compagine delle membra, non sia un membro infetto che si debba amputare, non sia un membro deforme di cui si debba arrossire. Sia bello, sia valido, sia sano, rimanga unito al corpo, viva di Dio per Iddio; sopporti ora la fatica in terra per regnare poi in cielo.

14. Allora i Giudei presero a discutere tra loro, dicendo: Come può darci costui la sua carne da mangiare? (Gv 6, 53). Discutevano tra loro perché non riuscivano ad intendere il pane della concordia, e non volevano accettarlo; poiché coloro che mangiano un tale pane, non litigano tra loro, appunto perché essendoci un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo. E per mezzo di questo pane Dio fa abitare in una medesima casa coloro che possiedono un medesimo spirito (Sal 67, 7).

15. Poiché, litigando tra loro, si domandano come possa il Signore dare in cibo la sua carne, non stanno a sentire; ma egli soggiunge ancora: In verità, in verità vi dico: se non mangerete la carne del Figlio dell’uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Voi non sapete come si possa mangiare né quale sia la maniera di mangiare questo pane: tuttavia se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Egli non diceva queste cose a dei morti, ma a dei vivi. E affinché essi, credendo che parlava di questa vita, non riprendessero a litigare, così prosegue: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna (Gv 6, 54-55). Per contro, non ha questa vita, chi non mangia questo pane e non beve questo sangue. Senza di questo pane possono, sì, gli uomini avere la vita temporale, ma la vita eterna assolutamente non possono averla. Chi, dunque, non mangia la sua carne e non beve il suo sangue, non ha in sé la vita: che invece ha chi mangia la sua carne e beve il suo sangue. Nell’uno e nell’altro caso vale l’aggettivo eterno. Non è così di questo pane che serve a sostentare la vita temporale. Chi non mangia di questo pane non vive: il che però non significa che chi ne mangia vivrà. Accade, infatti, che molti di quelli che mangiano, chi per vecchiaia, chi per malattia, chi per altro motivo, muoiono. Questo non succede con quel pane e con quella bevanda, che sono il corpo e il sangue del Signore. Chi non ne mangia non ha la vita; chi ne mangia ha la vita, e la vita eterna. Con questo cibo e con questa bevanda vuol farci intendere l’unione sociale del suo corpo e delle sue membra, che è la santa Chiesa nei suoi santi predestinati e chiamati, giustificati e glorificati, e nei suoi fedeli. La prima di queste fasi, che è la predestinazione, si è già realizzata; la seconda e la terza, cioè la chiamata e la giustificazione, sono in via di realizzazione; la quarta, poi, cioè la glorificazione, è una speranza presente, una realtà futura. Il sacramento di questa realtà, cioè dell’unità del corpo e del sangue di Cristo, viene apparecchiato sulla mensa del Signore, in alcuni luoghi tutti i giorni, in altri con qualche giorno d’intervallo, e si riceve dalla mensa del Signore. Da alcuni viene ricevuto per la vita, da altri per la morte: ma la realtà, che questo sacramento contiene, procura a tutti quelli che vi partecipano la vita, mai la morte.

16. Il Signore però, affinché non si creda che, siccome con questo cibo e con questa bevanda ci è stata promessa la vita eterna, mangiandone si possa anche sfuggire alla morte del corpo, si è degnato chiarire questo eventuale malinteso. Infatti dopo aver detto: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, ha la vita eterna, subito aggiunge: E io lo risusciterò nell’ultimo giorno (Gv 6, 55), affinché intanto abbia la vita eterna secondo lo spirito, e viva nella pace riservata agli spiriti dei santi: e quanto al corpo, non viene privato della vita eterna, ma deve attendere la risurrezione dei morti, che avverrà nell’ultimo giorno.

[La società dei santi.]

17. Poiché la mia carne è un vero cibo e il mio sangue vera bevanda (Gv 6, 56). Quello che gli uomini bramano mediante il cibo e la bevanda, di saziare la fame e la sete, non lo trovano pienamente se non in questo cibo e in questa bevanda, che rendono immortali e incorruttibili coloro che se ne nutrono, facendone la società dei santi, dove sarà la pace e l’unità piena e perfetta. E’ per questo che, come prima di noi hanno capito gli uomini di Dio, il Signore nostro Gesù Cristo ci offre il suo corpo e il suo sangue, attraverso elementi dove la molteplicità confluisce nell’unità. Il pane, infatti, si fa con molti chicchi di frumento macinati insieme, e il vino con molti acini d’uva spremuti insieme.

18. Finalmente il Signore spiega come avvenga ciò di cui parla, e in che consista mangiare il suo corpo e bere il suo sangue: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui (Gv 6, 57). Mangiare questo cibo e bere questa bevanda, vuol dire dimorare in Cristo e avere Cristo sempre in noi. Colui invece che non dimora in Cristo, e nel quale Cristo non dimora, né mangia la sua carne né beve il suo sangue, ma mangia e beve a propria condanna un così sublime sacramento, essendosi accostato col cuore immondo ai misteri di Cristo, che sono ricevuti degnamente solo da chi è puro; come quelli di cui è detto: Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (Mt 5, 8).

19. Come il Padre, il Vivente, ha mandato me ed io vivo per il Padre, così chi mangia di me vivrà per me (Gv 6, 58). Non dice: Come io mangio del Padre e vivo per il Padre, così anche chi mangia di me vivrà per me. Il Figlio non diviene infatti migliore partecipando alla vita del Padre, egli che è nato uguale al Padre, come invece diventiamo migliori noi diventando partecipi della vita del Figlio nell’unità del suo corpo e del suo sangue, il che appunto viene significato da questo mangiare e bere. Noi viviamo, dunque, per mezzo di lui, mangiando lui, cioè ricevendo lui che è la vita eterna, che da noi non avevamo; allo stesso modo che egli vive per il Padre che lo ha mandato, perché annientò se stesso fattosi obbediente fino alla morte di croce (cf. Fil 2, 8). Se infatti prendiamo l’affermazione io vivo per il Padre nel senso di quest’altra: Il Padre è più grande di me (Gv 14, 28), possiamo dire che a nostra volta noi viviamo per lui, che è più grande di noi. Tutto ciò deriva dal fatto che egli è stato inviato dal Padre. La sua missione, infatti, vuol dire l’annientamento di se stesso nell’accettazione della forma di servo (salva, s’intende la sua uguaglianza di natura con il Padre). Il Padre è, sì, più grande del Figlio in quanto uomo; ma in quanto Dio, il Figlio è uguale al Padre, essendo un unico Cristo Gesù, Dio e uomo insieme, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Se intendiamo bene le sue parole, egli disse: Come il Padre, il Vivente, ha mandato me ed io vivo per il Padre, così anche chi mangia di me vivrà per me, volendo farci intendere questo: Affinché io potessi vivere per il Padre, orientando verso di lui, che è più grande di me, tutta la mia esistenza, fu necessario il mio annientamento, per il quale egli mi ha mandato; a sua volta se uno vuol vivere per me, è necessario che entri in comunione con me mangiando di me; e come io, umiliato, vivo per il Padre, così egli, elevato, vive per me. Se dice Io vivo per il Padre, nel senso che il Figlio viene dal Padre e non il Padre da lui, lo può dire senza compromettere in alcun modo l’uguaglianza sua col Padre. Tuttavia, dicendo così anche chi mangia di me vivrà per me, non vuole indicare una sua uguaglianza con noi, ma vuole mostrare la sua grazia di mediatore.

20. E’ questo il pane disceso dal cielo: mangiando questo pane noi viviamo, dato che da noi non possiamo avere la vita eterna. Non è – dice – come quello che mangiarono i vostri padri e morirono: chi mangia questo pane vivrà in eterno (Gv 6, 59). Vuol farci capire che essi sono morti nel senso che non hanno conseguito la vita eterna. Infatti, chi mangia di Cristo anch’egli morrà della morte temporale: ma vivrà in eterno, perché Cristo è la vita eterna.

Sorgente: <a href="12 agosto 2018 – XIX Domenica del Tempo Ordinario“>Cuore Immacolato di Maria Molfetta

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