18 dicembre 2016 – IV Domenica di Avvento

“Genesi di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo” (Mt 1,1)

“Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele. (Dio con noi)” (Is 7,14)

IV Domenica di Avvento, Anno A

Mt 1,18-24; Is 7,10-14; Sal 23; Rm 1,1-7

di don Pino Germinario

Giuseppe, figlio di Davide, non temere

Giuseppe, figlio di Davide, non temere.

Celebrando nell’Avvento il Signore come “Colui che viene” la Liturgia si concentra ormai sul mistero della Incarnazione del Signore.

Matteo presenta il suo vangelo come il Libro della genesi e della storia di Gesù Cristo in cui si sviluppa e si compie la promessa fatta ad Abramo e al re Davide.

È il nuovo inizio della storia della salvezza. La nuova creazione. È il compimento di ciò che era stato annunziato e promesso dagli antichi Profeti.

In un momento drammatico della storia di Israele il profeta Isaia annunzia ad Acaz, un re miscredente e pavido, che il Signore non ha abbandonato il suo popolo.

Anche se il re non lo chiede e non sembra essere interessato, Dio stesso darà un segno: una giovane donna concepirà e partorirà un figlio e prima che il bambino impari a distinguere il bene dal male, i due re che tentano di attaccare Israele saranno annientati.

Questo testo con passare degli anni e dei secoli verrà letto dagli stessi ebrei come un annunzio messianico.

Fra i terzo e il secondo secolo avanti Cristo la bibbia ebraica fu tradotta in greco da settanta esperti ebrei per agevolare la lettura nelle comunità ebraiche sparse nel mondo allora conosciuto che non utilizzavano più l’ebraico antico.

Molti passi furono interpretati in senso espressamente messianico e tra essi proprio quello di Isaia. Gli esperti ebrei tradussero l’espressione “giovane donna” con il greco “parthénos” che significa espressamente “vergine” leggendo quel passo come annunzio profetico della nascita straordinaria del Messia che avrebbe salvato il suo popolo e avrebbe reso presente Dio in mezzo al suo popolo: “Dio con noi”.

Così questo passo veniva comunemente letto e interpretato nelle sinagoghe al tempo di Gesù, e i cristiani, considerando il modo unico e straordinario della nascita di Gesù, vedono in essa il chiarimento e il compimento della promessa fatta dal profeta Isaia.

Matteo apre il suo Vangelo con una genealogia di Gesù nella quale egli appare come discendente di Abramo e di Davide. In Lui Dio porta a compimento in modo mirabile e inaudito le antiche promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza e a Davide e alla sua casa.

Nel versetto che segna la conclusione della genealogia di Gesù, si legge: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo» (Mt 1,16). Il testo greco non dice dalla quale è nato Gesù, ma dalla quale è stato generato Gesù. Si tratta infatti della forma verbale detta passivo divino, un artifìcio letterario impiegato spesso nella Bibbia per attribuire un’azione a Dio, senza citarlo per nome.

La mentalità e alla cultura del mondo semitico riteneva che solo il papà generasse e la mamma si limitasse a custodire, far crescere in grembo e poi dare alla luce il figlio che era tutto del padre.

Nella genealogia per trentanove volte ricorre il verbo generare, sempre attribuito a maschi e impiegato all’attivo: «Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli…». Giunto a Giuseppe l’evangelista interrompe la cadenza e introduce il passivo divino. Giuseppe non genera, Giuseppe è “lo sposo di Maria, dalla quale è stato generato Gesù, chiamato il Cristo”. Gesù – chiarisce Matteo – non è stato generato da Giuseppe, ma da Dio.

È la confessione di fede nella divinità del figlio di Maria, professata nelle comunità cristiane del I secolo d.C. e trasmessaci dall’evangelista. È così importante questo passivo divino che Matteo lo riprende subito dopo – ed è l’inizio del brano evangelico di oggi: «Così fu generato Gesù Cristo». Poi, per coinvolgerci sempre più nella scoperta dell’identità del Figlio di Dio continua raccontando l’annunciazione a Giuseppe.

Giuseppe viene a trovarsi in una situazione per lui assolutamente incomprensibile e dalla quale pensa di tirarsi fuori.

Ed ecco che il Signore si manifesta a Lui e gli annunzia le meraviglie che sta compiendo in Maria e chiede a Lui, uomo giusto, la sua collaborazione: egli è chiamato ad essere il padre legale e il custode e il tutore di Gesù assicurando al Bambino e a Maria il pieno inserimento della discendenza di Davide.

Ecco, viene il Signore, re della gloria.
Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. 

San Paolo nella seconda lettura rivela l’eccezionalità del piano di salvezza di Dio che si manifesta in Gesù: il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore.

E San Paolo chiede a noi, come fu chiesta a san Giuseppe: l’obbedienza della fede: per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo.

La celebrazione del Natale del Signore possa trasformare la nostra vita facendoci crescere nell’obbedienza e nella fede in Dio.

Sorgente: <a href="18 dicembre 2016 – IV Domenica di Avvento“>Cuore Immacolato di Maria Molfetta

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